L'ULTIMA BATTAGLIA

   

Il cortometraggio L’ultima battaglia nasce nel maggio del 2009 dalla creatività di Andrea Lazzeretti; il filmaker ha coinvolto alcuni gruppi di archeologia sperimentale toscani ed umbri, radunati in occasione dell’evento "Prato nella Storia". Il video, girato in digitale, è stato poi diffuso in streaming con l’intento di far conoscere una delle più sanguinose pagine della storia medievale, la battaglia di Montaperti.

Attraverso gli occhi di alcuni soldati fiorentini lo spettatore rivive il drammatico scontro combattuto da Fiorentini guelfi e ghibellini Senesi il 4 settembre del 1260. La battaglia fu così cruenta da suggestionare l’immaginario dei contemporanei. Dante Alighieri nel decimo canto dell’Inferno ricorda i fatti e il cortometraggio omaggia il poema. I versi danteschi concludono il video, e il viaggio del gruppo di reduci ha i toni di una cupa discesa negli abissi dell’anima. Come in alcune parti della Commedia, regnano atmosfere allucinate e sovrannaturali: i tre militi lasciano il campo coperto di cadaveri e sono costretti a vagare per il bosco, diretti verso Firenze. Tutti sono oppressi dal terrore di venire scoperti dai senesi, e sono tormentati da incubi. Il viandante Rodolfo, novello Virgilio, li guida verso la dolorosa verità, in un epilogo che può ricordare Angel Heart, Il Sesto Senso o The Others. La rivelazione che conclude le avventure terrene dei protagonisti è forse prevedibile, ma rispetta la sensibilità degli spettatori medievali, avvezzi all’ascolto di libere rivisitazioni di leggende e poemi adattati da giullari e burattinai.

 

L’ultima battaglia ha alle spalle un soggetto intrigante, basato sulla riuscita fusione tra mistery contemporaneo, rigore documentaristico e cupe atmosfere. Purtroppo il cortometraggio appare poco armonico, perché le buone idee sono penalizzate dalla realizzazione amatoriale.

Le riprese risentono della mancanza di attrezzature appropriate quali cavalletti e carrello. I movimenti di macchina talvolta appaiono insicuri; le inquadrature inseguono i personaggi e la fotografia in qualche caso appare sovraesposta o sgranata. Il trucco di scena ricrea ferite e dona un aspetto doverosamente stazzonato ai protagonisti ma gli effetti speciali aggiunti in post produzione sono artigianali, visibilmente posticci. I flashback hanno una prevedibile viratura seppia e i titoli di testa e di coda sono stati aggiunti con un programma di video editing piuttosto elementare. Forse un montaggio più accurato poteva risparmiare qualche ingenuità, e dare un tocco professionale ad un cortometraggio altrimenti interessante.

 

I difetti sono tanto evidenti quanto perdonabili, poiché sono compensati dall’ amore per la Storia, e da una narrazione efficace.

Gli interpreti sono reenactors, ovvero sono comparse specializzate nel ricreare precise epoche storiche. Non sono attori professionisti, ma sono persone abituate ad esibirsi in eventi rievocativi, capaci di offrire alla macchina da presa tutta la loro espressività e la competenza nell’uso delle armi. Le cadenze dialettali donano realismo ai personaggi, li avvicinano alla sensibilità degli spettatori mostrandoli come veri uomini vittime della violenza degli eventi. Le stesse battute pronunciate in un italiano impeccabile sarebbero suonate false, accomunando i protagonisti ai tanti guerrieri che anonimi attraversano il grande schermo.

Il regista ha sfruttato le capacità recitative dei rievocatori, e le loro attrezzature. I costumi e gli equipaggiamenti sono di proprietà dei vari gruppi; allo sguardo dello spettatore abituato agli spettacolari allestimenti del cinema in costume possono sembrare troppo spartani, eppure tanta semplicità è frutto di rigore storico. Verosimiglianza, questa è la parola d’ordine di qualsiasi rievocatore serio, che evita le facili spettacolarizzazioni degli scontri e inorridisce davanti a certe riv

 

isitazioni dei costumi interpretati secondo la moda corrente. Ben pochi all’epoca potevano permettersi costose protezioni in metallo o lucide spade, e gli abitanti di un castello nella campagna, pure se nobili, indossavano abiti pratici.

   

La mischia inscenata in tutta la sua brutalità è molto più realistica delle coreografiche versioni hollywoodiane, affollate da centinaia di cavalieri in splendenti armature, coperti da capo a piedi come se andassero ad un torneo. Ben vengano quindi i bambagioni e le infule imbottite, le calzabraghe e le sovra e gli scudi di legno segnati dall’usura, e le tante armi in asta e i rari elmi.

Le location scelte sono suggestive, in particolare quelle di Sovicille, nella campagna senese; le sequenze ambientate entro le mura del castello mostrano scorci di vita quotidiana, con tanto di cuoche impegnate a tagliare verdure e uomini d’arme coinvolti in un allenamento. Non scandalizzi la presenza di uno stocco accompagnato da un piccolo scudo che protegge la mano, il brocchiere: se è vero che il manuale di duellistica redatto per tale stile è stato datato approssimativamente alla fine del 1200, è pur vero che il testo sintetizza una tradizione marziale sviluppatasi negli anni precedenti.

E' una vera sfida, quella affrontata dal regista: poche pellicole sfruttano la suggestione del genere fantastico senza rinunciare agli intenti didattici o scadere in messe in scena pacchiane ed approssimative. Andrea Lazzeretti fa rivivere il passato attraverso il linguaggio della leggenda, non pretende di insegnare la Storia sostituendosi a testi e documenti, né spettacolarizza la parola di Dante in nome di una divulgazione superficiale. Giunti ai titoli di coda, la curiosità degli spettatori è indirizzata verso la riscoperta dei fatti ‘veri’.

 

 

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